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La storia dei musei

L’apertura del Museo Civico di Belluno nel restaurato Palazzo Fulcis in Via Roma, alla fine di Piazza Vittorio Emanuele e giusto di fronte allo storico Teatro Comunale, segna un momento particolarmente importante per la Città, che sta ripensando la cultura e l’identità del territorio e la sua offerta alla luce di una serie di interventi strutturali in atto nel cuore di Belluno.

La storia dei musei di Belluno è una storia secolare. Comincia nel 1876, anno di apertura di Palazzo dei Giuristi, e ebbe origine grazie alla donazione alla città della raccolta di dipinti, su tavola e su tela, del medico bellunese Antonio Giampiccoli nel 1872. A essa s’aggiunsero ben presto, le collezioni di bronzi, medaglie, placchette, monete, sigilli, manoscritti e libri del conte Florio Miari, frutto della donazione del figlio Carlo nello stesso anno.

In verità, un precedente importante risale ancora più indietro, quando, nel 1837 in città venne istituito il gabinetto provinciale naturalistico della Provincia, poi Gabinetto di Storia naturale e industria patria che trovò inizialmente spazio nei locali del Seminario di Belluno e comprese le raccolte naturalistiche del medico e botanico bellunese Alessandro Francesco Sandi, cui si aggiunsero poi quelle zoologiche di Angelo Doglioni. Con l’istituzione della “Commissione provinciale conservatrice dei monumenti d’arte ed antichità di Belluno”, e la nomina di Osvaldo Monti a “ispettore agli scavi e ai monumenti” nel 1876. I tempi erano dunque maturi perché la collezione Giampiccoli e le varie opere d’arte o elementi architettonici salvati dal terremoto che danneggiò la città nel 1873 potessero trovare legittima e istituzionale collocazione.

Quale sede della esposizione fu destinato, sin dal 1875, il palazzo del Collegio dei Giuristi edificato nel 1664, palazzo ove tuttora si trova la collezione archeologica. La Civica raccolta, già allocata presso la chiesa di San Rocco, venne aperta al pubblico nel 1876 con un allestimento curato da Osvaldo Monti ed è pertanto una delle raccolte civiche più antiche del Veneto. Monti promosse anche una serie di importanti scavi, prima a Cavarzano e poi nella frazione di Casan (Ponte nelle Alpi), che costituirono le basi per la formazione della collezione archeologica, tra le più interessanti della Regione per ricchezza e antichità dei reperti, in costante e continua crescita con il progresso della disciplina e i nuovi scavi realizzati in Provincia, e tra cui un ricordo merita, se non altro, lo straordinario corredo funebre del cacciatore di Valcismon, risalente a circa 14.000 anni fa.

Nel corso degli anni le collezioni vennero ad ampliarsi grazie a lasciti, donazioni e acquisizioni. Tra le più importanti possiamo ricordare l’acquisto, da parte dell’Amministrazione Comunale, delle tre tele di Sebastiano Ricci provenienti dal Camerino di Palazzo Fulcis, nel 1979; la collezione di gioielli popolari bellunesi di Rosetta Prosdocimi Bozzoli nel 1983; la donazione di Enrico Zambelli e Luciana Perale della loro collezione, nel 1994, più tutta una serie di donazioni e lasciti – fra i quali, recenti, quelli della famiglia Angelini di opere di Valentino e Caterina Panciera Besarel - che hanno arricchito il museo e l’hanno veramente reso un tessuto vivo della memoria e dell’identità cittadina, in cui è possibile seguire il percorso di alcuni dei più importanti artisti espressi da questo territorio particolarmente fortunato e di caratura non solo regionale ma senza dubbio europea, basti pensare soltanto ai due Ricci, ad Andrea Brustolon, a Ippolito Caffi.

Per converso, le occasioni del collezionismo e della storia hanno egualmente reso possibile la presenza di oggetti e manufatti che si collegano più in generale con i grandi momenti della storia dell’arte italiana e non solo locale: pensiamo alle due tavole di Bartolomeo Montagna, tra i capolavori del maestro protagonista del Rinascimento veneto nella terraferma o alla collezione di placchette di Florio Miari, di grande interesse per il collezionismo locale ma di fatto una piccola storia della bronzistica e della fusione in Italia durante il Cinquecento.

LA SFIDA MUSEOGRAFICA: INTEGRARE COLLEZIONI A UN CONTESTO FORTEMENTE CONNOTATO E CONNOTANTE

Il vero obiettivo delprogetto museografico è stato quello d’inserire in modo adeguato le diversificate collezioni civiche in uno spazio architettonico fortemente connotato – e condizionante in alcuni casi l’allestimento e il percorso museale – utilizzando elementi il più possibile leggeri, garantendo al tempo stesso la migliore conservazione e fruizione delle opere e la leggibilità del contesto.
La volontà d’integrazione ha portato a scegliere, per i dipinti che lo rendevano necessario, climaframe dotati di cornice lignea dorata anziché semplici climabox, per assecondare la fascinazione dello spazio settecentesco e la natura di pinacoteca storica, oppure pannelli colorati – molte volte non a parete dati i decori degli ambienti – per richiamare in un ideale confronto i fondali e le tappezzerie tipiche di gallerie storiche, “gesto museografico autentico – come lo definisce Denis Ton – e non meramente mimetico, ed anzi riconoscibile e perfettamente reversibile“.

Scelta obbligata in questo contesto, oltre all'esposizione del lapidario nel cortile del Palazzo (stemmi nobiliari, iscrizioni, decori architettonici) e ad un percorso non sempre rettilineo anche se altamente suggestivo, è stata l’esposizione al terzo piano – in un ambiente completamente diverso dal resto del Museo, destinato alle esposizioni temporanee e alla didattica – del ciclo delle tre tele di Sebastiano Ricci provenienti dal “Camerino d’Ercole”: in assenza degli ambienti originari, in cui si auspica possano venire ricollocate, questo era infatti l’unico spazio con altezze tali perché la spettacolare tela di Fetonte potesse esser posta a parete e resa visibile, scelta temporanea condivisa con la competente Soprintendenza.

Pagina pubblicata Venerdì, 18 Novembre 2016 - Ultima modifica: Lunedì, 30 Gennaio 2017
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